Luglio 25, 2008

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Micciche’: “Dell’Utri ha bisogno di noi”

admin


23 luglio 2008
Reggio Calabria.
Alla fine dello scorso anno, un amico di Antonio Piromalli, figlio del boss Giuseppe, Gioacchino Arcidiacono doveva incontrare Marcello Dell’Utri per prospettargli alcune situazioni riguardanti la famiglia Piromalli…la più potente della ‘ndrangheta, e sollecitare un suo intervento.
E’ quanto scrivono i magistrati della Dda di Reggio Calabria nel provvedimento con il quale sono state sottoposte a fermo una ventina di persone. In vista di quell’incontro, Aldò Micciché il faccendiere calabrese riparato in Venezuela, sente telefonicamente Arcidiacono e gli dà istruzioni in vista dell’incontro. “La Piana - dice Micciché nel colloquio intercettato dalla squadra mobile - è cosa nostra facci capisciri. Il Porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi. Insomma! Hai capito o no? Fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi, mi hai capito?”. Quindi Micciché aggiunge: “ricordati che la politica si deve saper fare. Ora fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica o si muove al centro ha bisogno di noi. Hai capito il discorso ? E quando dico noi intendo dire Gioacchino ed Antonio, mi sono spiegato?”. Antonio e Gioacchino, per gli investigatori, sono due componenti della famiglia Piromalli. Gioacchino Arcidiacono, secondo quanto emerso dalle indagini, “ha fatto visita” a Dell’Utri, “ma di tale incontro - è scritto nel provvedimento di fermo - non è stato possibile apprendere il contenuto”.

ANSA

Luglio 25, 2008

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E anche Contrada è fuori, ora tocca a Riina

admin

Come largamente previsto, alla fine Bruno Contrada c’è l’ha fatta a lasciare il carcere, dove si trovava non per errore ma perchè ha favorito Cosa Nostra. Non c’è sorpresa, non c’è scandalo. Lo Stato deve mantenere le promesse. Avete voluto la cessazione delle bombe del 92-93? E allora fate silenzio. Purtroppo questo è solo un altro tassello, ne mancano altri. Oggi vi dico che il prossimo passo sarà la revisione del Maxiprocesso di Palermo. Riina non può continuare a stare in carcere. Gli si è pure sposata la figlia, come una star. Ecco cos’ha scritto indignato Salvatore Borsellino, che ormai, come tutti noi, si è abituato a trasformare le delusioni di uno Stato-vergogna in forza e rabbia.

Pochi minuti fa mi è arrivata la notizia della scarcerazione di Contrada, sotto la forma di arresti domiciliari per motivi di salute. Non posso accettarla, il mio animo si rivolta, il constatare che agli assassini di mio fratello non è bastato ucciderlo ma che stanno anche completando l’opera mi ripugna, mi sconvolge. Ho voglia di farmi giustizia con le mie mani dato che la Giustizia in questo nostro sciagurato paese non esiste più. Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso lo considero io e per gli assassini non ci può essere ne perdono ne pietà. Non è una mia idea, Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada “solo a fare il nome di quell’uomo si può morire”. Contrada era in carcere, il solo finora a pagare per quei pezzi deviati dello Stato che con la criminalità mafiosa hanno trattato e per portare avanti questa trattativa hanno fatto uccidere Paolo Borsellino e con lui tutta la sua scorta, ragazzi mandati a morire senza nessuna difesa ne possibilità di salvezza da chi sapeva che il carico di tritolo, anzi di Semtex, l’esplosivo usato per le stragi di Stato, era già stato depositato in Via D’Amelio. Contrada era un simbolo, il simbolo di una Giustizia che qualche volta, solo qualche volta, riesce ad inchiodare i colpevoli. Adesso quelli che lui ha servito e che sono rimasti fuori dalla galera, che non sono mai stati finora indagati perhè i pochi giudici che hanno tentato di farlo sono stati subito ridotti al silenzio, come ha detto l’altro giorno il giudice Scarpinato al Palazzo Steri di Palermo, sono riusciti a tiralrlo fuori come gli avevano promesso per evitare che potesse parlare e trascinare in galera anche loro. Avrei potuto accettare che finisse i suoi miseri giorni a casa sua, se anche gli altri avessero pagato, se fossero partite quelle indagini che non andranno mai avanti sui mandanti occulti della strage, su quelli che non si possono chiamare “mandanti esterni” perchè sono “interni” allo Stato ed alla stessa magistratura. Ma, come disse Sciascia, “lo stato non può processare se stesso” e quello che c’era scritto sull’Agenda Rossa di Paolo consente di tenere in piedi una rete di ricatti che consente di mettere tutte le pedine al posto giusto, di manovrare i pezzi necessari, ed arrivare alla fine della partita. Se venissero portate avanti le indagini sulle telefonate partite dal centro del Sisde sul Castello Utveggio, Contrada ed tanti altri insieme a lui potrebbero andare in carcere non per concorso esterno in associazione mafiosa ma per concorso in strage e forse sarebbe allora più difficile tirarli fuori dal carcere, sarebbe più difficile concedere anche a loro l’immunità come per le alte cariche dello Stato, se ne potrebbe salvare uno ma non tutti. Ho eliminato dal mio vocabolario due parole, la speranza ma anche la disillusione, lo scoraggiamento. Ce ne sono rimaste solo due la parola rabbia e la parola lotta e a gridare la mia rabbia e a lottare continuerò finche avrò voce, finchè avrò vita.

Luglio 24, 2008

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PREcorsi per MEDICINA

admin

Salve a tutti, per tutti coloro che volessero partecipare ai precorsi di medicina/odontoiatria/prof.sanitarie, potete rivolgervi qui al sottoscritto (commentando o mandandomi una mail); I precorsi si terranno dal 20 al 30 agosto, saranno tenuti da prof.universitari e da studenti nelle aulette studentesche di “Studenti per medicina” (organizzatori dei precorsi).
P.S.: una cosa molto importante di questa associazione: una volta che finiscono i posti, non si continua a schiaffare persone all’infinito in aula, quindi le lezioni saranno buone e confortevoli.

contattatemi se vi interessa.. bye

Luglio 24, 2008

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riflessioni…

admin

Salve a tutti,
sono un ragazzo che come molti di voi, ha voluto intraprendere ed incorrere in questo bellissimo sogno, un sogno che oggi non si vuol far diventar realtà, un sogno che viene messo in discussione da quegli onorevoli che tutt’oggi rimetterebbero in ballo la leadershep di Veltroni, una delle pochissime persone in cui credo, e dico grazie a lui per avermi fatto innamorare di questo affascinante progetto politico.
La situazione in questi giorni non è delle migliori, il Partito Democratico sembra esser colpito da alcuni sbandamenti dovuti a quelle linee di forza prodotte da tutti quei cari signori che volevano far credere che questo partito nasceva con una idea nuova, un nuovo modo di pensare, un nuovo modo di fare politica, di vedere le cose. Ma cosa notiamo in questi giorni? Proprio la ripetitiva ed eccessiva presenza di queste persone intorno al perimetro partitico, persone che tentano di compromettere le linee generali mobilitando la loro setta di amici, d’elettorato, e di tutti coloro che lo/li hanno appoggiato in campagna elettorale.
Il periodo che stiamo attraversando non sta per niente giovando a favor del partito, o di tutti coloro che magari, restando affascinati dal progetto politico di W. Veltroni si sono o si sarebbero avvicinati col passar del tempo alla vita Partitica.
E mentre noi ragazzi, molto democraticamente ci siamo riuniti nell’ “assemblea provinciale dei giovani democratici di terra di Bari”, presentandoci senza una maglietta, guardando tutto quanto con un occhio nuovo, con un nuovo modo di collaborare, di veder le cose, a Roma stanno gia’ lavorando per le elezioni Europee sempre con lo stesso sistema, candidature dall’alto, decido io e non tu,  sempre con i soliti soggetti, le solite correnti, cosa assurda, e per l’anno prossimo, anno in cui avremo le Provinciali, delle PRIMARIE non c’è traccia!! Dov’è il vero spirito del PD, dov’è!! che fine hanno fatto tutti i buoni propositi?
Per quanto riguarda la nostra situazione, quella giovanile, mi sembra al quanto assurdo che a livello nazionale siano rimaste ancora in piedi le ex segreterie della SG e dei giovani della margherita; il nostro percorso sta andando in contro ad un rallentamento progressivo che se non verrà implementato a partir dai territori rischierà di disintegrarsi col passar del tempo; erano state previste delle primarie nel mese di Aprile, le primariette dei giovani, che sono saltate a causa della caduta del governo Prodi; in seguito si sono costituiti i comitati promotori, organizzatori dell’iniziativa, ma della spinta che doveva arrivare  dall’alto, non c’è nessuna traccia, niente di niente. E qui mi rivolgo al provinciale, al regionale: non possiamo assolutamente farci influenzare da questo, dobbiamo istituire un movimento, associazione, modo di pensare, chiamatelo come volete, un qualcosa che si muova parallelamente al partito ma non trascurando quelle che sono le importanti priorità di noi giovani. Creiamoci uno statuto, diamoci delle regole per far in modo che la nostra attività venga riconosciuta e non si freni, non si fermi, per far sentire le nostri voci, perchè noi ci siamo. Successivamente quando decideranno di iniziar a pensare a questo noi ci saremo, confluiremo nel progetto, ma sia chiaro, l’organizzazione e le proposte devono partire dai territori e non essere imposte come tutto quanto.

E’ un momento molto molto difficile, sembra che qualcuno voglia mettere un freno a mano a tutto, voglia far rallentare tutto e ritornare alle vecchie leggi, ai vecchi modi di pensare ormai ossidati; ma come si può così costituire un partito nuovo? un nuovo modo di pensare, di vedere le cose? Pensate che i tre milioni e mezzo di persone che sono venute a votare alle primarie ritornerebbero ora se gli e lo chiedessimo di nuovo? Io non credo proprio… questa gente, è spaventata dal risultato elettorale, beh ma il quanto era chiaro il caro Silvio ha mirato alla pancia degli italiani e sicome in quel momento era vuota, questi hanno preferito mangiare e non ascoltar le vere parole il vero percorso che andava intrapreso da Walter, quello che mirava al cuore. Beh signori, non dobbiamo essere del tutto scontenti perchè noi la campagna elettorale l’abbiamo vinta, abbiamo perso le elezioni, occorre ora rafforzare tutto quanto, e per far ciò o incominciamo noi a cambiar le cose e ad imporre che il cambiamento, le decisioni vanno prese a partire dai territori, oppure non andremo mai avanti. Una volta che il partito sarà CONSOLIDATO non avrà avversari da temere, su questo ne sono sicuro.Forza Ragazzi tutti insieme possiamo farcela.

Domenico
http://www.gpd.ilcannocchiale.it/

Luglio 23, 2008

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I “Ds”, Telecom Italia e Colaninno

admin

Tavaroli accusa i Ds di avere avuto tangenti da Colaninno per favorire l’Opa su Telecom. Fassino e Colaninno querelano Tavaroli. Ma quali furono i rapporti tra questi soggetti?

Piero Fassino parla di “vigliaccata” e querela Tavaroli, colpevole di aver parlato di prove da lui acquisite su tangenti corrisposte da Colaninno, oggi proprietario di una Piaggio che vende sempre più Vespe, grazie all’aumento del petrolio, e anche Piero Colaninno, padre del neodeputato del Pd, erede dei Ds, Matteo, querela Tavaroli.

Ora a Tavaroli spetterà di dimostrare con prove, se le possiede, se sono vere le accuse a Colaninno di aver pagato i Ds per favorire la sua scalata, origine di tutti i guai Telecom Italia, per averle lasciato sul groppone 30 miliardi di euro di debiti.

L’accusa di tangenti pagate da Colaninno aveva fatto parlare molto ai tempi del “caso Consorte”: Giovanni Consorte, amministratore delegato di Unipol, che ha presso 50 milioni di euro a titolo di “consulenza” per aver supportato Colaninno ai tempi dell’Opa.

E’ un fatto ampiamente documentato e ammesso: Consorte, amministratore dell’assicurazione delle Coop, molto vicino a Fassino e al gruppo dirigente dei Ds di allora, ha preso 50 milioni di euro (oggi congelati dalla magistratura) come consulenza di un’Opa in cui a guadagnarci molto furono l’Unipol e il Monte dei Paschi di Siena, da sempre amministrati da dirigenti vicini ai Ds, nominati come nel caso della banca senese da amministratori locali diessini. L’altro protagonista dell’affare fu Capitalia di Geronzi che, nello stesso periodo, aiutò ufficialmente a risanare un bilancio dei Ds pieno di debiti.

Anche senza parlare di tangenti illegali, quindi, il ruolo di manager vicini ai Ds è ormai acclarato e scontato. Senza il via libera di D’Alema (che fece saltare il piano di Bernabè alternativo all’Opa, scrivendo a Draghi, allora direttore generale del Tesoro, di non andare all’assemblea degli azionisti Telecom), senza il via libera alla vendita di Omnitel alla Vodafone, Colaninno non avrebbe mai potuto scalare Telecom Italia.

Successivamente all’Opa, le aziende del Gruppo Telecom Italia furono molto generose nell’investire in pubblicità sull’Unità mentre, in chiaro e registrando legalmente il proprio contributo, alcuni manager Telecom Italia donarono cifre molto consistenti per la campagna elettorale dei Ds del 2001.

Senza pensare a tangenti, proibite dalla legge, il rapporto tra Colaninno e i Ds è stato molto stretto e assolutamente alla luce del sole. Questo spiega perché né Fassino né Bersan né D’Alema hanno mai fatto una sincera autocritica su un’operazione come l’Opa di Colaninno, che oggi lascia sul terreno 5.000 posti di lavoro per cui Fassino non si è mai indignato.

[ZEUS News - www.zeusnews.it - 22-07-2008]

Luglio 23, 2008

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World of warcraft e Waiting for files to Close

admin

Non credo sia necessario spiegare come installare WoW su GNU/Linux attraverso wine poichè il web è pieno di guide più o meno complete (che senza dubbio si completano a vicenda)… quindi procedo con la pillola… è capitato a me e a qualche amico di recente con l’ultima patch per wow di avere un fastidioso problema… la patch che, una volta avviata, rimaneva su “waiting for files to close…” e non procedeva oltre..

vai al post interno

Luglio 21, 2008

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momentaneamente “turn off”…

admin

Ciao ragazzi, momentaneamente il sito continuerò ad aggiornarlo raramente causa preparazione per test di ammissione a medicina; non ho tempo per seguirlo come prima, porta via troppo tempo, appena sarà possibile ritornerà attivo e scattante come prima…

ciao a tutti…

/*HASTA*/

Luglio 21, 2008

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Oltraggio a Falcone

admin

di Marco Travaglio - 18 luglio 2008
Ogni anno, nella ricorrenza della strage di via d’Amelio, si trova il modo di commemorare Borsellino e Falcone.

Quattro anni fa l’estromissione dal pool antimafia palermitano dei loro amici e allievi prediletti. Due anni fa il reintegro in Cassazione del loro nemico giurato Corrado Carnevale. Ma quest’anno, va detto, il Csm si è superato. L’altroieri è riuscito a nominare procuratore capo di Marsala il celebre Alberto Di Pisa, altro avversario irriducibile di Falcone, preferendolo ad Alfredo Morvillo, che di Falcone è pure il cognato e che ha dovuto lasciare l’incarico di procuratore aggiunto a Palermo per la scriteriata controriforma Castelli-Mastella. Di Pisa è prevalso al plenum per un solo voto perché più «anziano» di Morvillo.
Lo stesso motivo che nel ’90 indusse il Csm a nominare Antonino Meli a capo dell’ufficio istruzione di Palermo contro il più esperto ma più giovane Falcone. Lo stesso motivo che nel 1989 aveva indotto Leonardo Sciascia ad attaccare sciaguratamente Borsellino sul Corriere come «professionista dell’antimafia», per essere stato preferito a un collega più vecchio proprio come procuratore di Marsala. Ora, vent’anni dopo, l’anzianità torna a prevalere sul merito grazie ai laici del centrodestra, ai togati di MI e di Unicost e al soccorso rosso della laica Ds Tinelli.
Chi è Di Pisa? L’ex pm del pool Antimafia di Palermo che Falcone considerava l’autore delle lettere anonime del «corvo» nei mesi dei veleni a palazzo di giustizia. Lettere che accusavano Falcone e De Gennaro di manipolare i pentiti e di aver addirittura consentito a Totuccio Contorno di tornare a Palermo per assassinare i nemici della sua famiglia. Per quelle lettere Di Pisa fu processato a Caltanissetta: condannato in primo grado perché un’impronta rinvenuta sulle lettere del corvo corrispondeva in molti punti con la sua, comparata con una sua prelevata di nascosto dall’alto commissario Domenico Sica su una tazzina di caffè. In appello fu poi assolto perché quella prova fu giudicata inutilizzabile. Dunque, per la legge, Di Pisa è innocente.
Ma, anche dimenticando quella vicenda, restano e pesano come macigni le terribili accuse lanciate da Di Pisa a Falcone nell’audizione al Csm il 21 settembre 1989, quando fu chiamato a rispondere della sua fama di «anonimista» impenitente raccontata da alcuni colleghi. Quel giorno Di Pisa dichiarò quanto segue: «Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali (…), l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria (…). Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (….) Il GI (Falcone) si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia (…). Emerge la figura del giudice “planetario” che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura (…), indaga al di là di quello che è il processo (…). Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…), un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso (…). Falcone fece pervenire tramite De Gennaro a Contorno e Buscetta i suoi complimenti per il modo sicuro in cui si erano comportati (al maxiprocesso, ndr). Voleva un ruolo passivo per il pm che assisteva agli interrogatori (…). La gestione dei pentiti e il contatto con gli stessi è stato sempre monopolio esclusivo del collega Falcone e di De Gennaro (…). Io avevo manifestato una differenziazione tra una posizione garantista e quella sostanzialista (di Falcone, ndr). Per carità, non voglio insinuare nulla, ma in tutti gli interrogatori dei pentiti, di Buscetta, di Contorno, di Calderone, non vi sono contestazioni: tutto un discorso che fila, mai un rilievo, mai una contraddizione fatta rivelare dall’imputato». E ancora: Di Pisa accusò Falcone di condotte «di inaudita gravità» e di «stravolgere le regole e le competenze istituzionali», nonché di «intrecci e alleanze con i giornalisti».
Accuse che toccheranno, uguali identiche, ai successori di Falcone, cioè a Caselli e ai suoi uomini, ai quali verrà addirittura rinfacciata «l’eredità di Falcone», divenuto ­ dopo morto ammazzato ­ un cadavere da gettare addosso a chi aveva raccolto la sua eredità. Ora si fa un altro passo indietro: si premia chi quelle accuse lanciava non a Caselli e agli altri pm antimafia che hanno avuto il torto di restare vivi, ma all’eroico Falcone. Del resto, oggi, il nuovo eroe è Vittorio Mangano.
tratto da l’UNITA  18 LUGLIO 2008

Luglio 13, 2008

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ANTIMAFIA: Anno VIII° Numero 3 - 2008 N°59

admin

In questo numero:
Leggi “blocca processi”, leggi “salva premier”, “41 bis” revocati e intercettazioni vietate. E’ scontro istituzionale.
La Procura di Salerno ribalta il “caso De Magistris”. Chiesta l’archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant’anni.
Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent’anni dopo l’attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra ‘Ndrangheta e politica.
Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
Ed altro ancora…

Luglio 13, 2008

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Chi non vuole il 41 bis

admin

di Gian Carlo Caselli - 10 luglio 2008
C’era una volta che i mafiosi nessuno li cercava. Poi si cominciò a catturarne qualcuno, ma non sempre restavano in carcere.Robusti killer allenati alla ferocia, spietati torturatori e compiaciuti esecutori di efferate sentenze di morte…

di colpo diventavano fragili omiciattoli, cagionevoli di salute, afflitti da mali d’ogni tipo che li rendevano incompatibili col carcere.
Quei pochi che in carcere ci rimanevano, vivevano ben diversamente dai detenuti comuni. Per loro, la prigione era un grand hotel. Tanto che la storia della mafia è stata - per certi versi - anche storia del potere mafioso “nonostante” il carcere e persino “dentro” il carcere. Il detenuto mafioso , abituato a dettar legge ovunque, per decenni è riuscito a trasformare anche il carcere in una porzione del territorio nel quale esplicare il suo dominio, una dépendance della borgata dove spadroneggiava prima della cattura. Un paradossale rovesciamento dei rapporti di forza, dove la parte debole - invece del detenuto - era lo Stato. E il fatto che il mafioso detenuto potesse mantenere intatto il suo potere, nonostante la carcerazione, costituiva un’esibizione di forza che ne accresceva l’autorevolezza, rafforzava il mito dell’impunità mafiosa, vanificava quelle iniziative di contrasto dell’organizzazione mafiosa che una minoranza di uomini onesti cercava di portare avanti. Giovanni Falcone, che ben conosceva questa vergognosa situazione di favore per criminali che avrebbero dovuto essere fronteggiati senza sconti, quando (di fatto cacciato da Palermo) cominciò a lavorare a Roma al ministero della Giustizia, mise in cantiere - tra l’altro - la normativa sui “pentiti” e l’adozione di nuove norme per i mafiosi detenuti allo scopo di realizzare un trattamento differenziato, modulato sulle specifiche e concrete esigenze di quel tipo di reclusi, senza per altro indulgere ad istanze di tipo meramente vendicativo-retributivo. Mentre Falcone metteva a punto questo progetto, la Cassazione (forte di una presidenza diversa rispetto al passato) confermava le condanne del “maxiprocesso”. Per la prima volta, pesanti pene definitive da scontare in un carcere di giusto rigore. Per i mafiosi, una vera rovina, insopportabile. La strage di Capaci nasce anche di qui: una vendetta postuma contro Falcone e al tempo stesso il tentativo di soffocare nel sangue le riforme progettate. Riforme che di fatto saranno approvate soltanto dopo la strage di via d’Amelio, soltanto dopo che all’assassinio di Falcone seguì quello di Paolo Borsellino. Per cui quella sui “pentiti” e l’art. 41 bis dell’ordinamento giudiziario (parentesi: ancora una volta la dimostrazione che la legislazione antimafia è piena zeppa di bis, ter, quater, quinquies…: una legislazione sempre soltanto del “giorno dopo”) sono norme letteralmente fecondate dall’intelligenza e intrise del sangue di Falcone e Borsellino. Un “particolare” che non si dovrebbe mai dimenticare.
L’efficacia del regime del 41 bis, combinata con la legislazione premiale sui collaboratori di giustizia, fu all’origine di una vera e propria slavina di “pentimenti”, che consentirono di infliggere a Cosa nostra colpi durissimi e che avrebbero potuto essere definitivi se qualcosa non si fosse messo di traverso non appena l’azione degli inquirenti venne doverosamente indirizzata - oltre che verso i mafiosi “doc” - anche contro i loro complici eccellenti. Frattanto, col trascorrere degli anni, il regime del 41 bis registrò sostanziali modifiche nell’attuazione pratica, tali da indebolirne la capacità di corrispondere alle finalità per cui era stato pensato e approvato (recidere o quanto meno ostacolare i collegamenti dei mafiosi detenuti con l’esterno del carcere). Finchè si sono addirittura moltiplicate - ed è il problema oggi sul tappeto - le decisioni della Corte di Cassazione e di vari Tribunale di Sorveglianza che hanno revocato e continuano a revocare i decreti di 41 bis volta a volta emanati del Ministro della giustizia.
In punto revoche, per vero, la giurisprudenza non è univoca. Vi sono sentenze (ad esempio la n. 163/07 della Cassazione) secondo le quali, accertata la «persistente operatività della cosca sul territorio di appartenenza», «per affermare il venir meno della pericolosità sociale del condannato e della sua capacità di mantenere collegamenti con la cosca, occorre individuare elementi specifici e concreti in grado di supportare tale convincimento, che non possono identificarsi né con il mero trascorrere del tempo dalla prima applicazione del regime differenziato, né, tanto meno, essere rappresentati da un apodittico e generico riferimento a non meglio precisati risultati di trattamento penitenziario». La giurisprudenza decisamente prevalente, invece, fa leva proprio sul decorso del tempo e sulla regolare condotta del detenuto per escluderne la pericolosità attuale: di qui le numerose sentenze che decretano, anche in casi clamorosi, la fine del 41 bis. Ora, poiché si tratta di sentenze che secondo l’orientamento giurisprudenziale non univoco ma nettamente prevalente corrispondono ai parametri di legge, è evidente che la normativa del 41 bis deve essere rivista alla ricerca di un giusto punto di equilibrio fra rispetto dei diritti dei detenuti ed esigenze di giusto rigore, quando si tratta di mafiosi che non hanno mai dato nessun segnale concreto (neppure minimo) di distacco dall’organizzazione criminale cui appartengono in forza di inoppugnabili condanne. Dando per scontato (salvo che si voglia, come dicono i siciliani, fare solo del “babbio”) che la questione del regime carcerario dei mafiosi rimane un nodo centrale nell’azione statale di contrasto alla mafia, e che ogni erosione - o peggio svuotamento - della funzionalità ed efficacia di tale regime carcerario rischia di vanificare i risultati raggiunti dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Il ministro Alfano - gliene va dato atto - si è detto convinto che occorrano modifiche legislative per stringere le maglie del 41 bis. Speriamo che non si tratti di uno di quei casi in cui, agli annunzi suggestivi, non seguono poi fatti concreti.
L’UNITA’

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